“È come se avessi un buco dentro”
“Non mi sento né triste né felice… semplicemente non sento niente”
“È come se fossi una persona scomparsa, ma comunque circondata da altre persone”
“Vado avanti meccanicamente, sperando che prima o poi qualcosa ricominci a sembrarmi importante di nuovo”
Se ti è mai capitato di dire o pensare frasi del genere, sappi che è un’esperienza comune che può essere vissuta da chiunque, spesso legata a periodi di sofferenza. E come qualsiasi altra esperienza umana è degna di un nome, di riconoscimento e di ascolto. Il nome di questa esperienza è senso di vuoto.
Definire il senso di vuoto
Il senso di vuoto ha tantissime sfaccettature e significati diversi da persona a persona. Perciò, può risultare difficile da spiegare con una definizione valida per tutti. Per rispondere a questa difficoltà, Herron e Sani (2022) hanno intervistato 240 adulti (50% senza diagnosi psichiatriche) “che avessero mai provato un senso di vuoto” nella vita, nel tentativo di giungere a una definizione completa.
Dalle interviste, Herron e Sani hanno definito il senso di vuoto come “la sensazione di vivere la propria vita in modo meccanico, privo di emozioni e di uno scopo, e di sentirsi quindi vuoto interiormente, con un senso di vuoto che spesso si manifesta fisicamente sotto forma di fastidio al petto. A ciò si aggiungono la sensazione di essere scollegati dagli altri, in qualche modo invisibili agli occhi degli altri, e l’incapacità di contribuire a un mondo che rimane immutato, ma dal quale ci si sente distanti e distaccati” (p. 192).
La complessità di questa esperienza è riflessa nelle metafore adottate per descriversi: “una pagina bianca su cui non si può scrivere”, “un guscio vuoto”, “una copertina senza niente dentro”, senza “niente da dare agli altri”, “invisibili” e non riconosciuti, come se anche i legami con gli altri avessero perso significato (p. 191).
Affrontare il senso di vuoto: riorientare la propria vita verso apertura, connessione e significato
Può quindi non sorprendere che, spesso, il senso di vuoto si porta con sé un disagio che può risultare difficile da sopportare. Può accompagnare stati depressivi, solitudine, difficoltà legate alla propria identità e una sofferenza globale che, per alcune persone, può portare anche a pensare (e/o mettere in atto) comportamenti autolesivi, in particolare quando dura per tanto tempo, allo scopo di porre fine al dolore.
La buona notizia è che il senso di vuoto, per quanto possa sembrare doloroso, fisso e immutabile, è fatto anche di abitudini che si possono imparare a riconoscere e, col tempo, trasformare. Non si tratta di “riempire” il vuoto con qualcosa di esterno, né di sforzarsi di sentire emozioni che non arrivano. Si tratta di coltivare un modo diverso di stare con la propria esperienza. Abilità importanti che possono promuovere il benessere includono:
- Fare spazio all’esperienza così com’è, incluse le parti più scomode: non serve “sentire di più” a comando. Si può imparare ad aprirsi con curiosità a ciò che si prova, senza combatterlo né scappare.
- Tornare, con gentilezza, al momento presente: imparare a notare cosa succede qui e ora, nel corpo, nei pensieri, nell’ambiente intorno a sé. Questo semplice atto di attenzione, allenato con costanza, può bastare a incrinare quella sensazione di essere scollegati da tutto.
- Chiedersi cosa conta davvero e agire di conseguenza: non tanto obiettivi da raggiungere, da “spuntare dalla lista” delle cose da fare, ma qualità che vogliamo riproporre nei nostri comportamenti quotidiani, anche quando le emozioni positive tardano ad arrivare. Agire in linea con ciò che per noi ha importanza può ricreare, passo dopo passo, quel filo di significato che il vuoto sembra aver reciso.
- Ritrovare un legame più caldo con se stessi: se il tuo migliore amico o la tua migliore amica ti raccontasse di sentirsi una persona vuota, che cosa faresti? Quali gesti, quali parole useresti per mostrare cura, ascolto e attenzione? E quali sono gesti e parole che puoi rivolgere a te per mostrarti la cura, l’ascolto e l’attenzione di cui hai bisogno? Parlarsi come si parlerebbe a una persona cara aiuta a coltivare connessioni autentiche con gli altri e con se stessi, a sentirsi di nuovo parte del mondo, anziché semplici osservatori esterni.
Nessuno di questi punti richiede risultati immediati: sono competenze che possono essere imparate, che si allenano. Sono abilità al centro di percorsi di psicoterapia cognitivo-comportamentale basati in solide evidenze scientifiche, come l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT, pronunciato come una parola sola). Percorsi come l’ACT, orientati al momento presente, al ritrovare ciò che conta davvero e al fare spazio all’esperienza nella sua complessità, possono aiutare ad aprire uno spiraglio e a riconnettersi a una vita di significato anche laddove il vuoto sembrava aver occupato tutto il posto disponibile dell’esistenza.
Articolo a cura del Dott. Alberto Misitano
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