PSICOLOGIA DEL TRAUMA E EMDR

Il trauma è’ un evento stressante dal quale non ci si può sottrarre, che sovrasta le capacità di resistenza dell’individuo. (Van der Kolk 1994). E’ una esperienza con un impatto emotivo così intenso e negativo sulla persona, che rimane senza difese e senza capacità di adattamento. Il termine trauma deriva dalla parola greca che vuol dire ferita e descrive bene la lacerazione e lo shock che rimane nella persona che sopravvive nonostante l’evento improvviso e inaspettato sia concluso. 

Nello specifico la Psicologia del trauma si occupa del trauma psicologico, definibile come una manifestazione psichica di una esperienza negativa da cui deriva una disorganizzazione e una disgregolazione del sistema psicobiologico della persona (Carretti e Craparo, 2008) 

A seconda delle caratteristiche di personalità, dell’ambiente, della struttura emotiva e cognitiva, un evento può essere più o meno traumatico per ognuno di noi. L’impatto del trauma psicologico è infatti soggettivo.  Il trauma evoca diverse reazioni che però si differenziano dalle risposte usuali a uno stress di fronte a una minaccia: di fronte a un pericolo, si attivano alcune risposte difensive, l’attacco (fight), la fuga (flight) o l’immobilizzazione (freezee). Talvolta in breve tempo questo stato di eccessiva attivazione denominato stato di arousal si esaurisce; invece in altri casi non si attiva un processo restaurativo e le persone rimangono imprigionate in una condizione di allerta, attivandosi emotivamente anche in assenza di pericoli, vale a dire che la persona è traumatizzata. 

Eventi che potenzialmente posso scatenare un trauma psicologico non includono solo condizioni estreme e molto dolorose, ma spesso possono riguardare anche esperienze meno intense, caratterizzate da momenti di trascuratezza o di accudimento, che influiscono sul senso di valore dell’individuo, sulla sua sicurezza e sul suo senso di efficacia personale, di controllo e scelta.

Si possono distinguere 

  • traumi con la T maiuscola (ad esempio un incidente, un lutto, un aborto) quando il soggetto ha provato, ha assistito o si è trovato di fronte ad un evento potenzialmente mortale, con pericolo di morte o di gravi ferite, o ad una minaccia alla propria integrità fisica o a quella degli altri;
  • traumi con la t minuscola (come ad esempio, essere esclusi da un gruppo sociale, subire un’umiliazione sul posto di lavoro, essere ripresi, sentirsi incompresi dal partner).  Sono definibili come traumi relazionali la cui la gravità non sta nell’evento in sé (non è oggettiva), bensì nell’interpretazione traumatizzante da parte del soggetto. Se si ripetono nel tempo, possono diventare altamente disturbanti. 

Pertanto il trauma è individuale e dipende dal significato che l’individuo attribuisce. 

Il trauma psicologico è molto frequente e costituisce uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di disturbi psicologici, in particolare i disturbi d’ansia e il disturbo post-traumatico da stress, ma non solo. I sintomi che si possono presentare in seguito ad un’esperienza traumatica non sono univoci ma variano a seconda della gravità del trauma psicologico e  soprattutto, dipendono dalla risposta soggettiva di chi lo ha subito.

COME SI REAGISCE DI FRONTE AD UN TRAUMA?

Il meccanismo complesso di reazione/ risposta rispetto a un evento è stato studiato da Levine nel 2002 e comprende 4 meccanismi fondamentali: 

  • La iperattivazione (la persona di fronte a una minaccia attiva energie per fronteggiare il pericolo; aumenta quindi il battito cardiaco e il ritmo respiratorio, i muscoli sono in tensione e i pensieri sono accelerati); 
  • La contrazione (il corpo si contrae in modo intenso così come le percezioni visive e uditive; le alterazioni corporee si presentano nella respirazione, nel tono muscolare e nella postura e l’attenzione si contrae nel senso che la consapevolezza è centrata sulla minaccia e non lascia nessun tipo di spazio ad altri pensieri);
  • La dissociazione (è una reazione che protegge la persona che deve affrontare una situazione intollerabile e insopportabile; si sviluppano livelli più o meno intensi dello stato di dissociazione, che variano da una perdita di connessione con il momento presente, ad alterazioni della percezione del tempo e dello spazio, a una sensazione di distacco dal proprio sé e dal proprio corpo. La dissociazione rappresenta una vera e propria modalità di stare al mondo e fronteggiare il dolore); 
  • Il senso di impotenza (la persona sperimenta una sensazione di irrigidimento, non riesce a muoversi, indecisa se lottare o fuggire). 

PERCHÉ LE REAZIONI AL MEDESIMO TRAUMA POSSONO DIFFERENTI?

Le risposte alle esperienze traumatiche sono diverse e comportano livelli differenti di sofferenza; Cori e collaboratori nel 2008 hanno evidenziato i tre fattori che contribuiscono alle differenze nella varietà delle relazioni al trauma: 

  1. La tipologia di eventi traumatici 
  2. Le risorse individuali
  3. Le Interpretazioni dell’evento traumatico 

La tipologia degli eventi traumatici è molto variabile; come descrivevamo prima, si può assistere a disastri naturali, a incidenti, violenze sessuali, oppure svolgere un lavoro che aumenta l’esposizione ai fattori traumatizzanti (come gli agenti della polizia e il personale di primo soccorso)

Gli eventi traumatici se cronici e ripetuti sono i più difficili da affrontare, specialmente quando non si hanno le risorse per farlo. 

Le risorse personali sono importanti: i fattori individuali giocano un ruolo fondamentale nel reagire in modo diverso alle minacce e comprendono il nostro corredo genetico, lo stile di attaccamento con le figure genitoriali, il temperamento, le caratteristiche di personalità, l’ambiente di vita in cui si è nati. Queste caratteristiche determinano che una persona sia più o meno vulnerabile agli eventi e abbia le capacità di reagire agli eventi in modo più adattabile e funzionale. 

Quando accade un evento traumatico imprevedibile che è fonte di dolore, ognuno di noi cerca di dare un senso a quello che è accaduto per dare un significato a questa ferita; alcune persone si sentono impotenti, inadeguate, responsabili in modo totale del trauma subito, si creano delle importanti autosvalutazioni e auto accuse rivolte a se stesse. Le persone che si sentono sbagliate, pensano di aver fatto qualcosa di erroneo, di non essere in grado di difendersi o di affrontare il problema. Ma questo atteggiamento li chiude nella sofferenza. 

LA FENOMENOLOGIA DEI RICORDI TRAUMATICI

La fenomenologia dei ricordi traumatici è molo ampia ma comprende una serie di sintomi così’ riassumibili:  

  1. I vissuti emotivi:le persone traumatizzate sperimentano vissuti intensi e negativi, nei quali prevale la rabbia, il senso di colpa, la vergogna. 
  2. La presenza di ricordi intrusivi: sono presenti ricordi intrusivi, ripetitivi, uguali a sé, molto disturbanti legati all’evento traumatico che la persona traumatizzata non riesce a controllare. 
  3. La presenza di meccanismi dissociativi ed esclusione delle informazioni:questi meccanismi possono rendere i ricordi vuoti emotivamente, quindi esprimibili verbalmente ma di difficile modifica dal punto di vista emotivo, tali da creare degli stati di dissociazione dal normale flusso di consapevolezza, amnesie fino a dimenticare l’evento. 

Alcuni di questi sintomi, possono spaventare o generare imbarazzo e talvolta la persona fatica a comprendere e verbalizzarli, e quindi, a chiedere aiuto.  

GLI EFFETTI DEL TRAUMA

Il trauma comporta delle notevoli anomalie psicobiologiche, a seguito di una attivazione eccessiva del sistema nervoso autonomo che entra in uno stato di iper attivazione. Lo stress acuto determina una particolare reattività del sistema nervoso autonomo che produce molti cambiamenti.  Molte ricerche attestano che avvengono delle modifiche del volume dell’ippocampo destro e un aumento del livello del cortisolo a seguito di traumi ripetuti come in reduci di guerra o donne soggette ad abusi sessuali ripetuti (van der Kolk e collaboratori, 1997; Bremener e collaboratori, 1998).  La letteratura inoltre, constata che in situazioni di stress eccessivo e / o prolungato, l’amigdala, organo fondamentale e deputato ai processi emotivi e di memoria, subisce importanti modifiche. Un trauma singolo può produrre un incremento della memorazione ma un trauma protratto crea un depotenziamento mnestico a causa dell’aumento di cortisolo (Schactter, 1999). 

Gli effetti del trauma sono anche e soprattutto a livello psicologico: il trauma è uno shock violento che fa sperimentare alla persona la sensazione che le emozioni e le sensazioni che prova siano soverchianti tanto da renderla non capace di accedere alle proprie risorse e strategie difensive. 

La conseguenza più evidente dell’esperienza traumatica precoce è l’incapacità di una regolazione emotiva ossia l’incapacità di regolare l’intensità e la durata degli affetti. Le conseguenze emotive sono molto evidenti in chi ha subito un trauma: le più comuni sono 

  • ansia e paura ( la persona non si sente più al sicuro  e interpreta il mondo come pericoloso, sentendosi sotto attacco continuo), 
  • tristezza e depressione ( la persona ha la sensazione di aver perso la propria vita prima del trauma, con conseguente perdita di interesse per le persone e le attività che prima di sperimentare il trauma, sentiva piacevoli e gradevoli; la vita e il futuro diventano prive di significato), 
  • rabbia ( la persona sperimenta un senso di ingiustizia per aver vissuto una esperienza così dolorosa e spesso agisce delle condotte aggressive verso se stessa, facendosi del male o assumendo ad esempio sostanze o verso gli altri; anche la vicinanza degli altri può esser percepita come negativa perché la persona sente di dipendere e di essere vulnerabile),
  • vergogna ( la persona si giudica in termini negativi e si entra in un loop di pensieri rimuginativi caratterizzati da una mancanza di valore ma di costante rifiuto e senso di fallimento), 
  • colpa ( la persona sviluppa una marcata autocritica e si attribuisce la responsabilità di quello che ha vissuto, mettendo in atto gesti riparativi e prendendo provvedimenti affinché nulla di terribile accada), 
  • disgusto ( la persona ha la percezione di disgusto di sé e del proprio corpo). 

Il trauma impone al soggetto di riassestare le strutture mentali preesistenti, salvaguardando il senso di continuità e coerenza della propria esistenza e quindi della propria identità personale. Questa capacità di riassestamento presuppone la presenza di adeguati schemi affettivo e cognitivi nella percezione di sé e degli altri.   Pertanto “più il trauma psicologico è precoce, più il danno è intenso perché si assiste alla perdita di una base sicura” (van der Kolk, 1987).

Le conseguenza nelle relazioni sociali sono evidenti: il trauma determina la scelta dell’isolamento e di fatica nel creare rapporti nuovi; la persona si sente sola e non compresa. Al contempo il dolore dell’evento traumatico può intensificare il bisogno di attaccamento protettivo: le persone traumatizzate oscillano tra un bisogno di isolamento e un ansioso attaccamento agli altri. 

QUANDO NON SI RIESCE A PARLARE DI TRAUMA…

 “Non riesco a dirti quello che provo”, è una frase che spesso appartiene al registro linguistico dei pazienti traumatizzati. Il concetto di alessitimia, introdotto da Sifneos per la prima volta nel 1972 è la difficoltà di esplorare, esprimere e riconoscere le proprie emozioni. La parola deriva dal greco (α) manca di parola (λέξις) ed emozione (θυμός): le persone traumatizzate non riescono a sapere ed esprimere cosa provano e diventano inclini a sviluppare reazioni psicosomatiche. Il corpo riesce a dar voce al dolore quando le parole non riescono.  L’alessitimia sarebbe la conseguenza della incapacità di discriminare le proprie sensazioni in uno stato di attivazione indotto dal trauma (Krystal 1988). Frequentemente nei pazienti traumatizzati e alessitimici, il trauma originario è legato a uno stato di trascuratezza emotiva e affettivo subito in infanzia. 

Quale è il legame tra trauma e dissociazione?

Il trauma è strettamente connesso al concetto di dissociazione, non solo nel rapporto causale tra lo sviluppo del trauma e sintomi o disturbi dissociativi ma anche e soprattutto nel meccanismo patogenetico del trauma (Dutra 2009). La ricerca scientifica afferma che i disturbi dissociativi sono correlati ad esperienze traumatiche, in particolar modo quelle di tipo relazionale che avvengono durante l’infanzia e per le quali è stato proposto

(Liotti e Farina 2011; van der Kolk 2005).

Il primo studioso a parlare di dissociazione fu Pierre Janet, occupandosi del disturbo dissociativo d’identità: egli, però, non lo considerava una difesa mentale, ma un cedimento strutturale delle funzioni cerebrali, una disorganizzazione dovuta all’effetto dirompente delle emozioni associate all’evento traumatico (Liotti e Farina, 2011). Da quel momento la ricerca sul concetto di dissociazione si è ampliata moltissimo.  

Il trauma attiva diversi meccanismi di difesa dalle minacce ambientali come il freezing e immobilità tonica, che abbiamo precedentemente descritto. In alcuni casi il trauma può   provocare un distacco dalla esperienza usuale di sé e del mondo esterno con conseguenti sintomi dissociativi di depersonalizzazione 

LE CARATTERISTICHE DIAGNOSTICHE

Gli attuali sistemi di classificazione psichiatrica sembrano non essere adeguati a contemplare l’intera gamma delle difficoltà derivanti da esperienze traumatiche. La categoria diagnostica più usata è il Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD). Ma tale etichetta nosografica non risulta essere esaustiva nel descrivere l’ombrello ampio delle sofferenze causate dai traumi. 

Nel DSM 5 (APA, 2013) è stato introdotto il concetto di disturbi correlati ad eventi traumatici e stressanti, categoria che comprende, il PTSD e altri disturbi quali il disturbo reattivo dell’attaccamento, il disturbo da impegno sociale disinibito, il disturbo da stressa acuto e il disturbo dell’adattamento

Di fronte a un panorama così articolato di sintomi, le situazioni traumatiche devono essere considerate non solo il precedente di specifiche diagnosi post traumatiche ma anche elementi eziologici trasversali a molte condizioni patologiche (Bremmer e al. 1998). Una unica categoria diagnostica non può descrivere le forme psicopatologiche ripetute per anni. 

Nel 2015 per ovviare a questo limite, Herman  concettualizza il Disturbo post traumatico da Stress complesso che viene inserito nella classificazione delle malattie (ICD 11): con questa definizione, si intende la presenza di un trauma tipicamente di tipo interpersonale caratterizzato da eventi traumatici multipli nel tempo. Infatti, un reiterato attacco al sé durante l’infanzia e una storia di traumi personali, determinano degli effetti a lungo termine sullo sviluppo celebrale, sui sistemi di significato, sui comportamenti usati per fronteggiare il dolore. Le persone traumatizzate presentano cambiamenti profondi nella loro personalità, delle alterazioni nella propria identità e nella capacità di instaurare e mantenere le relazioni con gli altri. 

 Il quadro clinico di un disturbo post traumatico da stress complesso comprende alcuni criteri:

1 storia di soggezione a un controllo totalitario per un periodo prolungano (ostaggi, prigionieri di guerra, violenza domestica, sfruttamento sessuale, abuso sessuale infantile), 

2 alterazione della relazione emotiva con rabbia esplosiva, autolesionismo, disforia, 

3 alterazione della coscienza come amnesia, episodi dissociativi transitori, 

4 alterazione della percezione di sé tra cui senso di impotenza, paralisi, vergogna, senso di colpa, 

5 alterazione della percezione del colpevole tra cui preoccupazione per la relazione con il colpevole, 

6 alterazioni della relazione con altri tra cui ritiro e isolamento, distruzione delle relazioni intime, sfiducia persistente, 

7 alterazioni nei sistemi di significato, quali senso di disperazione e perdita di fiducia. 

COSA SUCCEDE AL NOSTRO CERVELLO QUANDO PROVIAMO UN TRAUMA?

Tutti noi abbiamo un sistema fisiologico di elaborazione dell’informazione per affrontare le nostre esperienze di vita e creare dei ricordi in modo accessibile e adattivo.  Questo sistema (l’Adaptive Information Processing, AIP) è orientato fisiologicamente alla salute e ci consente di superare ed elaborare le informazioni e gli accadimenti negativi che incontriamo nel corso della nostra vita. Questo sistema intrinseco, fisico ed adattivo è programmato per integrare esperienze interne ed esterne traducendole in ricordi fisici immagazzinati in reti neurali tra di loro integrate e con il resto dei networks presenti.

Tuttavia, le esperienze traumatiche e / o stressanti che sperimentiamo, possono essere immagazzinate come ricordi in modo disfunzionale, a causa dell’impatto emotivo dell’esperienza che abbiamo vissuto. Subire un trauma, causa una interruzione della normale elaborazione adattiva dell’informazione: l’informazione non è elaborata e viene trattenuta in modo disfunzionale nelle reti mnemoniche.   Le informazioni legate ad esperienze altamente stressanti, possono non solo non essere elaborate completamente ma le percezioni iniziali sono immagazzinate assieme a pensieri distorti e sensazioni fisiche sgradevoli.  Specialmente traumi o perdite non risolti, emotivamente molto importanti, possono inibire la normale elaborazione dei ricordi interferendo con i meccanismi di registrazione e immagazzinamento causando disagio psicologico fino a vere e propri quadri clinici invalidanti.  

Durante il vissuto di un evento traumatico, le risposte biochimiche elicitate bloccano il sistema innato del cervello di elaborazione dell’informazione, lasciando isolate in una stasi neurobiologica, le informazioni collegate al trauma, intrappolate in una rete neurale con le stesse emozioni, convinzioni e sensazioni fisiche che esistano al momento dell’evento.  I sintomi attuali sono il risultato della attivazione di ricordi che sono stati immagazzinati ed elaborati in modo inadeguato.  La patologia subentrerebbe quando questo sistema innato si blocca e l’evento traumatico rimane isolato dal resto della rete neurale della persona.

Qualsiasi trauma, a qualsiasi età, lascia delle tracce negative e invisibili nella nostra mente paragonabili metaforicamente a delle scie di benzina. Queste scie, non solo non evaporano, ma possono prendere fuoco in qualsiasi momento. Il fiammifero che riaccende il fuoco dei vissuti negativi può essere un qualunque elemento dell’esperienza attuale che abbia, apertamente o implicitamente, qualcosa in comune con l’evento traumatico originale, accaduto anche molto tempo prima.  Si parla di “trigger” o riattivatore traumatico. 

Quando avviene un evento disturbante, questo può rimanere racchiuso nel cervello con le sue immagini originali, i suoni, i pensieri, le emozioni e sensazioni corporee, dovute all’impatto emotivo di quel momento. Soprattutto, durante lo svolgimento dell’evento, si forma e si cristallizza una cognizione negativa della persona relativamente a se stessa. Questo pensiero su se stesso focalizza spesso in modo preciso il problema attuale che riporta il paziente.

I ricordi immagazzinati in forma disfunzionale, irrisolta, sono la base della futura psicopatologia poiché la percezione della situazione-stimolo si associa immediatamente alle reti di memoria, generando i sintomi ed il disagio. 

IL TRATTAMENTO DEL TRAUMA

Le ferite provocate dai traumi e le loro conseguenze dolorose sono diverse a seconda di tre elementi

  • La durata, la frequenza e l’intensità degli episodi 
  • L’età in cui si presenta l’evento traumatico
  • Il tipo di evento traumatico 

La persona che ha subito un trauma deve essere consapevole delle risorse che possiede a disposizione per usarle nella sua quotidianità e per modificare le altre reazioni che usa. 

Per entrare in contato con i sintomi traumatici, bisogna chiedere l’aiuto di un professionista.  Il passato è immodificabile ma si può agire sul presente e sul futuro: bisogna aiutare la persona a elaborare il trauma, aumentando la capacità di integrazione dei vari frammenti di sé rimasti bloccai e traumatizzati. 

Il trattamento psicoterapeutico è necessario per lavorare sui livelli di sofferenza che la persona sperimenta quotidianamente; esistono diversi approcci al trattamento del trauma, a seconda della predominanza dei sintomi cognitivi, corporei o emotivi

Di fatto vengono applicate tecniche bottom up, le cosiddette tecniche corporee utili per la regolazione delle emozioni traumatizzanti che vengono memorizzare a livello di schemi corporei. Il terapeuta aiuta la persona a rivivere il trauma a livello fisico in un luogo sicuro.  Accanto a queste tecniche, si usano gli interventi top down che agiscono sulla regolazione del controllo e dei contenuti della mente. 

La prima fase del lavoro terapeutico serve ad accompagnare la persona a una riduzione dei sintomi e sentirsi meno vulnerabile, segue poi una farse psicoeducazionale di spiegazione di quello che sta accadendo e poi il lavoro di elaborazione del trauma.  L’ultima fase del percorso terapeutico è aiutare la persona a integrare con la propria vita quello che è successo, promuovendo lo sviluppo di nuove strategie di fronteggiamento, non più basate sulle convinzioni negative e disfunzionali di sé e degli altri. 

Un aspetto chiave è che in terapia si lavora non con i traumi ma con il ricordo del trauma, vale a dire quello che la persona ricorda di quello che ha vissuto e di come ha codificato l’evento, la cornice nel quale è avvenuto il trauma, l’interpretazione che la persona ha attribuito ai vari elementi, le strategie di recupero e i precedenti accessi ai ricordi (Briere, 1997). Il ricordo è una costruzione soggettiva e non oggettiva di fatti. Al centro quindi del processo rielaborativo si colloca la persona sofferente. 

Tutto il lavoro terapeutico deve essere accompagnato da un sentimento di compassione, intenso come atteggiamento mentale che prevede aspetti di sensibilità, accoglienza, gentilezza, amore e accudimento verso se stessi e gli altri, ci si impegna a essere compassionevoli verso ogni emozione, pensiero e sensazione, allontanando critiche, giudizio, vergogna e colpa. 

Una delle tecniche di elezione per il trattamento del trauma è l’EMDR

CHE COSA E ‘ LA TECNICA DELL’ EMDR?

L’EMDR è una tecnica messa a punto da Francine Shaprio nel 1997 in modo casuale: mentre passeggiava, si accorse che stava pensando a qualcosa disturbante.  Tale pensiero negativo sparì da solo in breve tempo e quando lei lo riportò alla mente, la carica emotiva negativa era sparita. La studiosa inizio a far attenzione a quanto successo: quando un pensiero disturbante entrava nella mente, i suoi occhi iniziavano a muoversi avanti e indietro compiendo rapidi movimenti repentini. Cominciò allora a provare spontaneamente la situazione descritta e funzionò di nuovo: i pensieri disturbanti perdevano la loro carica emotiva negativa. Con il tempo Shapiro si accorse che i traumi potevano essere risolti con questa tecnica dei movimenti oculari e organizzò i primi studi scientifici.

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un approccio psicoterapeutico integrativo considerato uno dei più efficaci nel trattamento dei traumi psicologici. È una forma di psicoterapia che si focalizza sui ricordi di esperienze traumatiche e/o stressanti che contribuiscono ai disturbi mentali ed ai problemi psicologici, e che consente alle persone di guarire rapidamente dai sintomi e dal disagio emotivo legato all’aver subito un trauma.  

Molti studi e ricerche hanno evidenziato come sia fondamentale lavorare sul ricordo vero e proprio di eventi traumatici molto stressanti per facilitare la remissione di sintomi del disagio legato all’esperienze.  L’utilizzo della tecnica dell’EMDR consente di alleviare i sintomi del malessere psicologico. Gli studi scientifici e la ricerca mostrano che attraverso l’utilizzo della tecnica dell’EMDR, le persone che soffrono di sofferenza psicologica possono trarre benefici dopo il trattamento, in modo efficace.  

Il modello di riferimento della tecnica è noto come Elaborazione Adattiva dell’Informazione (Adaptive Information Processing): ognuno di noi possiede un sistema fisiologico di elaborazione dell’informazione, che elabora gli eventi disturbanti in una ottica di guarigione. Quando accade qualcosa di spiacevole, si pensa a quell’evento e ne se parla fino a che non diventa disturbante e si ottiene una risoluzione adattiva. Talvolta dopo un evento traumatico, questo sistema può non funzionare in modo corretto e le percezioni del trauma rimangono nel sistema nervoso, nella stessa forma di quando si è sperimentato l’evento, non venendo elaborate. Le informazioni rimangono intrappolate in una rete neurale con le stesse emozioni, considerazioni e sensazioni fisiche dell’evento.  La patologia si sviluppa quando l’evento traumatico rimane isolato nel resto della rete neurale. 

La tecnica attiva il sistema dell’elaborazione dell’informazione tramite la stimolazione bilaterale; alternanza dei movimenti oculari bilaterali combinata ad alte fasi procedurali del protocollo, favorisce l’elaborazione dell’informazione, permettendo una elaborazione adattiva verso una integrazione di reti neurali. 

Tale tecnica nasce per il trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress che è un disturbo dei processi di memorizzazione dell’esperienza traumatica ma le sue applicazioni sono molteplici e sostenute dalla ricerca empirica: depressione (Bae, Kim, Park, 2008); disturbi somatici e somatoformi (Bloomgarden, Calogero. 2008; Gattinara, 2009), disturbi dissociativi (Cohen, 2009), disfunzioni famigliari e di coppia (Bardin, 2004; Stowasser, 2007), fobie, disturbi di panico, disturbi ansiosi (Germamdez e Faretta, 2007 Goldstein et al. 2000) lutti complessi, dolore cronico. 

Tramite la tecnica è possibile elaborare il ricordo dell’esperienza traumatica eliminando le sensazioni fisiche disturbanti e collocando l’evento o l’esperienza nel passato, in modo integrato e con una prospettiva più funzionale. 

La ricerca ha mostrato l’efficacia del contributo dei movimenti oculari nella elaborazione dei ricordi traumatici a partire dalla scoperta degli effetti dei movimenti oculari spontanei di Shapiro.  Una delle prime idee di Shapiro è collaboratori, fu che i movimenti oculari potessero stimolare lo stesso processo innescato nella fase di sonno REM che è proprio implicata nella elaborazione e immagazzinamento nella memoria di informazioni. I movimenti oculari utilizzati all’interno del trattamento psicoterapeutico con EMDR sono in grado di rimettere in moto il sistema di elaborazione innato e di portare ad una rapida risoluzione dei traumi psicologici.

L’efficacia dell’EMDR nel trattamento del trauma è stata supportata dalla ricerca neurobiologica, evidenziando cambiamenti della attivazione delle aree celebrali deputate all’immagazzinamento dei ricordi. I ricordi affrontati con la tecnica si evolvono durante l’elaborazione e sono successivamente immagazzinati tramite un processo di consolidamento, processo neurobiologico che spiega gli effetti terapeutici dell’EMDR. 

I pazienti sentono che il ricordo dell’esperienza traumatica fa parte del passato e quindi viene vissuta in modo distaccato. In genere riferiscono che, ripensando all’evento, lo vedono come un ricordo lontano”, non più disturbante o pregnante dal punto di vista emotivo.

All’interno del protocollo EMDR le questioni relazionali assumono una valenza fondamentale; quando il terapeuta stabilisce la relazione terapeutica con un pz traumatizzato, è necessario che lo ancori al presente in una situazione al sicuro, nella quale la persona si senta si poter condividere il suo dolore. 

La base per una buona relazione terapeutica è una buona alleanza di lavoro. 

 La tecnica dell’EMDR pertanto consente di:

  • Rivivere il trauma in sicurezza dato dal setting terapeutico,
  • Sperimentare associazioni spontanee e collegamenti con altri ricordi, situazioni, emozioni che sono funzionali alla elaborazione adattiva,
  • Sviluppare la capacità di desensibilizzazione nei confronti del ricordo,
  • Portare un cambiamento della propria prospettiva cognitiva,
  • Ricreare una nuova memoria narrativa del ricordo,
  • Consentire un giusto e sicuro ricollocamento dell’evento passato,
  • Raggiungere l’assimilazione e l’integrazione dell’esperienza, 

L’obiettivo non è cancellare i ricordi di esperienze negative e implicite ma elaborarle, sbloccando le connessioni neurali che contengono questi ricordi. Questo è il consolidamento del ricordo. 

COME FUNZIONA l’EMDR?

Le prime sedute di una terapia basata sull’EMDR sono dedicate alla costruzione di una relazione terapeutica di fiducia, alla valutazione della condizione del paziente e della sua possibilità di lavorare con l’EMDR stesso, nonché all’esame della sua storia. E’ in questa fase che vengono identificati gli eventi di vita del paziente da cui il malessere ha avuto origine. 

Segue una fase di preparazione. Al paziente viene, prima, spiegato l’EMDR, in modo da permettergli un consenso informato al trattamento e poi, si comincia a lavorare sul rafforzamento delle sue risorse e sui ricordi positivi, per introdurre la modalità di lavoro vera e propria.

Tramite un protocollo strutturato, il terapeuta guida la persona alla descrizione dell’evento traumatico scelto, nell’identificazione della parte peggiore dell’evento stesso, dei pensieri, delle emozioni e delle sensazioni fisiche che esso ancora suscita. Al termine di questa fase di preparazione inizia la desensibilizzazione.  La persona viene invitata a focalizzarsi sugli elementi del ricordo precedentemente individuati, a lasciare andare la mente, a seguire la stimolazione e a notare quello che accade. E’ a questo punto che viene iniziata la stimolazione bilaterale vera e propria dell’EMDR che verrà somministrata in brevi set, scanditi da momenti di feedback, in cui il paziente riferisce sui pensieri, emozioni, immagini, sensazioni o quant’altro egli ha notato. La stimolazione bilaterale può essere sia oculare – cioè chiedendo alla persona di muovere gli occhi seguendo le dita del terapeuta – oppure tramite tamburellamenti che il terapeuta esegue sulle mani della persona. Durante la stimolazione e l’elaborazione tramite EMDR il paziente rimane, sempre, cosciente e presente. 

Durante la stimolazione il paziente sarà in grado di collegare quel ricordo a reti di memoria più ampie, e sarà anche aiutato, attraverso le varie fasi, ad integrare quell’evento nella sua storia ma a non essere più emotivamente disturbato dal ricordo. Quando la desensibilizzazione dell’evento traumatico è completata, si procede con il rafforzamento dell’idea più positiva che il paziente riesce ad esprimere su di sé rispetto all’evento. Segue una fase di scansione corporea per verificare se permangono sensazioni disturbanti a livello fisico e, se sono presenti, si procede con la stimolazione bilaterale fino alla loro scomparsa. La chiusura della seduta è dedicata ad istruire il paziente su come gestire lo spazio di tempo fino alla seduta successiva. Alla fine di una seduta EMDR, l’evento preso come target cambia nei contenuti e nel modo in cui si presenta.  In particolare, si registra una diminuzione delle emozioni sgradevoli e delle sensazioni corporee ad esso associate. Il paziente comincia a sentire che l’esperienza traumatica fa parte del passato. Non è facile prevedere la durata di un trattamento con EMDR. Questa dipenderà dal tipo di problema, dalle circostanze di vita, dal numero di eventi traumatici subiti e dalla loro entità. Terminato il lavoro sul passato, si lavorerà anche sul presente (ciò che resta del problema) e sul futuro (la prossima volta che mi troverò nella stessa situazione). Ll trattamento, in quanto a durata e numero di sedute, può essere modificato a seconda delle esigenze del paziente e della diagnosi dello psicoterapeuta.

EMDR E DISTURBI 

  • Problemi di condotta e di autostima;
  • Elaborazione del lutto;
  • Disturbo da dimorfismo corporeo;
  • Disfunzioni sessuali;
  • Dolore cronico;
  • Situazioni familiari complesse, caratterizzate da dinamiche intergenerazionali disfunzionali;
  • Problematiche relativa all’adozione. 

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