LA PILLOLA DELLA FELICITÀ ESISTE?

 

Da secoli l’umanità si è chiesta se ci potesse essere un rimedio che aiutasse gli individui ad essere felici, o forse meno tristi. Con le scoperte della fisiologia e della farmacologia moderne, abbiamo capito un pochino di più come funziona il cervello  e quali sostanze sono implicate negli sbalzi d’umore e nella depressione.

Tra queste ce n’è una che è anche un neurotrasmettitore, vale a dire una sostanza endogena che agisce sulle cellule nervose ( neuroni), che ha un effetto stimolante sul nostro umore: la serotonina. In realtà ci eravamo già accorti attraverso un suo precursore ( il triplofano) che c’erano piccoli cambiamenti di umore in chi mangiava cioccolato dove è presente in buone quantità.

I farmaci odierni, chiamati antidepressivi, che sarebbe meglio chiamare “serotonigercici”, agiscono a livello dei neuroni, con meccanismi d’azione differenti e molto sofisticati, proprio sul mantenimento di questa sostanza nel nostro cervello.

La loro scoperta e i successivi miglioramenti con l’avvento di nuove molecole hanno contribuito in modo notevole e sostanziale alla cura delle depressioni.

Oggi è infatti consolidata in tutte le linee guida internazionali per la cura della depressione, l’utilizzo dei farmaci antidepressivi assunti in concomitanza con la psicoterapia.

GLI ERRORI PIÙ COMUNI

 

Su questo aspetto è opportuno cercare di chiarire alcuni punti. Riscontriamo infatti nella pratica clinica una tendenza che si rivela a medio e lungo termine non risolutiva. Infatti l’utilizzo improprio di queste importanti molecole, porta la persona ad una esacerbazione della depressione e non una cura definitiva ed efficace. Vediamone alcuni.

Interrompere la cura appena si sta meglio. Contrariamente a ciò che si pensa le indicazioni dello specialista che prescrive gli antidepressivi, vanno rispettate oltre che sulle modalità di assunzione di questi farmaci, anche e soprattutto sui tempi. Queste brusche interruzioni infatti, non fanno altro che peggiorare e far riapparire proprio quei sintomi che erano stati così invalidanti prima di iniziare la terapia.

La ragione è dovuta ad un meccanismo fisiologico ben preciso e cioè la comparsa/ formazione dei recettori che non sono altro che sostanze proteiche prodotte dal nostro cervello il cui numero deve essere sufficiente per poter far avvenire la risposta desiderata ( nel nostro caso miglioramento dell’umore per la maggior parte della giornata).Vista da questo punto di vista quindi, interrompere la terapia con gli antidepressivi, senza aver sentito il parere del medico, equivale a far diminuire la popolazione( il numero) dei recettori della serotonina con le conseguenze che conosciamo.

Non intraprendere nessun tipo di psicoterapia. Ciò che permettono gli antidepressivi è togliere la persona da uno stato acuto di sintomi che quindi promuove  l’esplorazione, insieme allo psicoterapeuta, delle possibili cause del disagio sociale e psicologico. Molto spesso questo disagio ha cause esterne, ma anche interne. Alla fine subentrano degli automatismi e degli schemi disfunzionali di cui l’individuo è inconsapevole che però nel momento in cui vengono esplorati ed analizzati insieme al terapeuta, vengono alla luce e ci si può lavorare con risultati davvero sorprendenti.

 

Instaurare una cattiva terapia farmacologica.

 

Le linee guida farmacologiche per la depressione ( http://www.agenziafarmaco.gov.it/wscs_render_attachment_by_id/111.50560.11503794810969ea7.pdf) prevedono per un periodo di tre/ cinque settimane dall’inizio del trattamento e secondo il parere del medico, l’utilizzo concomitante di ansiolitici e antidepressivo.

Questo, come ricordato sopra, per permettere ai recettori della serotonina di formarsi in numero adeguato per garantire l’effetto terapeutico a pieno titolo. Spesso poiché dopo poco il paziente inizia a stare meglio, perché comunque gli ansiolitici tendono ad attenuare momentaneamente i sintomi, anche se utilizzano un altro meccanismo d’azione,si continua solo con questi ultimi, instaurando però una dipendenza farmacologica che poi diventa duratura e che non è curativa per la depressione. Diventa quindi importante l’aderenza alla terapia in una cornice però di alleanza terapeutica sia con il medico che con lo psicoterapeuta.

I risultati più efficaci secondo quanto riportato dalle linee guida validate per la depressione, dicono che è la sinergia tra farmacologia e psicoterapia individuale che porta i risultati migliori e più duraturi.

Sottovaluterei i sintomi, rimandando un consulto con uno specialista. Molti pensano che, così come sono arrivati, i sintomi possano sparire facendo tornare come prima la persona che ne soffre.

Questo falso mito danneggia anche  il successivo decorso delle cure. In altri termini quando sintomi importanti sussistono e i tentativi per arginarli non funzionano, dobbiamo rivolgerci agli specialisti che ci indicheranno la strada più giusta da intraprendere.

FARMACOLOGIA E PSICOTERAPIA: UNA TERAPIA INTEGRATA PER LA DEPRESSIONE

 

In conclusione la pillola della felicità non esiste. Esistono però dei validi rimedi che confermano che la strada tracciata dall’avere compreso il ruolo fondamentale della serotonina e di come agisce nel nostro cervello, abbia aperto la strada a cure più mirate e consone a chi soffre di depressione e disturbi dell’umore.

Oltre a questo, per una piena e soddisfacente guarigione, una parte fondamentale e via via sempre più determinante per la cura della depressione è rappresentata dalla psicoterapia. Possiamo aggiungere che è proprio questa parte della cura che permette in diversi casi, sempre sotto parere medico, di abbandonare gradualmente la terapia farmacologica e di raggiungere un nuovo e più funzionale equilibrio.

L’integrazione dunque tra cura farmacologica e psicoterapia rappresenta lo strumento più valido ed efficace per la cura della melanconia e degli stati depressivi.

Pin It on Pinterest