L’anniversario della nascita o della morte di un personaggio famoso, da’ l’opportunità di ripercorrere le sue gesta, il suo pensiero, la sua eredità. Cento anni fa nasceva a Torino Primo Levi, uno dei testimoni più importanti del genocidio che fu perpetrato  dai nazisti nei confronti degli ebrei. Catturato insieme ad altri partigiani sulle montagne valdostane, fu collocato per alcuni mesi nel campo di concentramento di Fossoli, per poi essere deportato, poiché ebreo, ad Auschwitz dove rimase per quasi un anno e da cui sopravvisse per tornare a casa,  dopo un lungo viaggio nell’ottobre del 1945. Appena in Italia senti la necessità di raccontare quanto aveva visto e vissuto in prima persona, scrivendo uno dei libri più significativi di quella terribile esperienza, libro che fu poi tradotto in molte lingue e che ancora oggi viene letto per il suo inestimabile valore umano e letterario. Il titolo è: “Se questo è un uomo”.

Primo Levi non nasce come letterato. La sua principale professione è quella di chimico che, fin dai tempi dell’università, scopre essere la sua vocazione e che per certi versi, insieme ad altri fattori gli salverà la vita ad Auschwitz. Fu infatti grazie a questa sua competenza e al tedesco didattico che imparò sui testi di chimica di allora, che Levi fu messo a lavorare in un laboratorio nell’impianto per la fabbricazione della gomma sintetica, annesso al campo lager denominato Auschwitz III-Monowitz. Eppure l’italiano, materia con cui non andava all’inizio molto d’accordo, tanto è vero che alla licenza liceale è rimandato a ottobre proprio in quello, diventerà più tardi, la via maestra che gli permetterà di scrivere libri e poesie e che lo porteranno a diventare uno dei più importanti scrittori italiani del novecento

Ma accanto a questa parte, più intellettuale, ne esiste un’altra che è quella legata allo sport, proprio in lui che da piccolo,  era molto cagionevole di salute. Già ai tempi del liceo insieme ad altri compagni fondò una sorta di gruppo sportivo-fan club intitolato al corridore Luigi Beccali. Mezzofondista italiano, Beccali è stato campione olimpico ai Giochi di Los Angeles nel 1932 e campione europeo nel 1934 a Torino. Quando si è giovani, ma non solo, cerchiamo in un personaggio che ha successo, una sorta di riferimento, di eroe, nel quale proiettare l’ideale di come vorremmo essere anche noi. In questo l’atleta di successo, rappresenta spesso anche il tramite per altre identificazioni collettive: pensiamo a quanto accade quando vince e come passiamo dal “ha vinto”, all’”abbiamo vinto”. Di questo da sempre chi detiene il potere ne è consapevole ed utilizza lo sport per creare consensi. D’altronde basterebbe pensare al motto latino “panem et circenses “ per avere chiaro il ruolo “politico” e di controllo che il potere fa dello sport. Ma Primo Levi nutriva una passione autentica e profonda per un altro sport: quello legato alla montagna, alle sue traversate, scalate, ai suoi bivacchi e ricoveri di fortuna. Chi pratica alpinismo  sa quanto la preparazione fisica e il conoscere i propri limiti siano fondamentali perché la natura se ti coglie impreparato ha sempre la meglio su di te.

In alcuni suoi racconti descrive molto bene le sue esperienze dove trovandosi ai limiti della sopportazione fisica e psicologica, è riuscito a sedimentare quella forza interiore che gli è servita per tutta la vita. Credo che la sua esperienza, maturata con l’alpinismo, sia stata uno dei fattori che gli permisero di resistere e di sopportare l’inferno che dovette subire durante la sua prigionia. Per analogia quello che possiamo trarre dalla pratica sportiva sono proprio i risultati che trasportiamo nella vita di tutti i giorni. Alcuni la chiamano tempra, altri resistenza, altri ancora soglia di sopportazione più alta: quello che è certo è che chi ha fatto sport sviluppa dentro di sé capacità e abilità non solo fisiche, ma anche interiori e psichiche. 

Primo Levi ci lascia un’eredità che va ripresa, riletta, rimeditata. Nel suo ultimo libro “I Sommersi e i salvati”uscito pochi mesi prima della sua tragica scomparsa, aveva ripreso dei versi della Ballata del vecchio marinaio di Coleridge. Egli ebbe a dire in una intervista:” Ho citato il vecchio marinaio di Coleridge che racconta la sua storia a gente che va a nozze e se ne infischia di lui…il vecchio marinaio blocca gli invitati al matrimonio, che non gli prestano attenzione e li costringe ad ascoltare il suo racconto. Ebbene, quando ero appena ritornato dal campo di concentramento, anch’io mi comportavo esattamente così”. Questo ci racconta quanto ogni essere umano abbia un bisogno profondo oltre che di essere visto, anche di essere ascoltato, soprattutto quando è stato testimone, passandoci dentro, di verità di per sé’ difficili da dire, difficili a credersi e forse impossibili da dimenticare. In ciò si insinua quella parte più oscura di un’angoscia di cui il sopravvissuto difficilmente può sfuggire. Soffocante, quella angoscia un giorno si ripresenterà, ad ora incerta:

Since then, an uncertain hour,

That agony returns:

And till my ghastly tale is told 

This heart within me burns. 

“Da allora, ad ora incerta, quell’angoscia ritorna: e finché la mia agghiacciante storia non è detta, il cuore mi brucia dentro”. S.T. Coleridge, The Rime of the ancient Mariner

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